Saranno 25 anni (venticinque!!) che frequento un bar...
è un baraccio da poco, quasi una mezza bettola: un incrocio fra casa del popolo e barrino scrauso di periferia.
Non è in una bella zona, non c'è panorama vista mare, non fanno gli happy hour e gli stuzzichini si limitano ai tramezzini e schiaccine della mattina tagliati, noccioline un po' stantie e patatine di dubbia freschezza....
La clientela media consiste nel portuale, l'operaio dell'acciaierie che smonta dalla nottata, il briaco di paese che si beve la "vecchina" a tutte le ore, il tamarro ed il marocchino...
ma io lì ci sto bene, mi sento a casa!
Posso andarci vestita da lavoro, con le scarpe antinfortunistiche e la tuta adidas di incerata residuo anni "80 che un si pole vedè oppure tutta fica tiratissima in tacco 12 e minigonna inguinale modello "so' tutta io-ce l'ho solo-io-viva me-uffa guardatemi".
E' il bar che è stato citato nel libro "Acciaio", ed Aldo, il padrone, s'è pure incazzato e la voleva denuncià per diffamazione!!! (beh....ad Aldo voglio bene, ma la Avallone non è che avesse tutti i torti...)
E' l'unico bar che sta aperto 23 ore su 24; quello che, quando ero giovane, ci s'andava a piglià il cappuccino dopo le serate sconvolte acide in discoteche house; quello dei sale a scuola, dove si passavano le mattinate a giocà a biliardino, a brisca e tre sette ed a smantruciarsi dietro la cabina del telefono nella saletta interna... quello che appena entro mi fanno subito il negroni senza neppure che lo chieda.
E quando mi sento sola e triste (cosa che accade spessissimo...) il barino è il mio rifugio, è una certezza.
E' casa mia, ci trovo gli amici di sempre, ed anche se non c'è nessuno di quelli che conosco mi metto a sedè sugli scalini fuori, leggo il giornale e sto bene...
io non ce l'ho il barrino. Che tristezza.
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